Cinema e teatro
Domenica 20 luglio, nella piacevole frescura serale di Villa Borghese, si è conclusa la tre giorni del Romafrica Film Festival 2025.
Redazione

Romafrica Film Festival 2025

L' appuntamento, giunto all'undicesima edizione, è un'importante rassegna del meglio che il panorama cinematografico africano ha da offrire, ed è un peccato constatare quanto scarsamente sia stato pubblicizzato un evento del genere, che di certo meriterebbe maggiori visibilità e presenza istituzionale, a fronte dell'eccezionale impegno profuso dall'organizzazione. Certo, il fatto che sia giunto all'undicesima edizione fa ben sperare, segno che il dialogo intorno alla nona arte tra Roma e Africa è ormai consolidato, sebbene non faccia molto rumore. Fa piacere registrare inoltre una cospicua affluenza di pubblico nella serata del 20, non scontata per la torrida estate romana. In virtù di tutto ciò, auspichiamo che presto venga consegnata a una manifestazione di tale importanza la vetrina che le spetta.

La chiusura di questo Romafrica 2025 è stata affidata a una voce esordiente, quella del regista algerino Chakib Taleb-Bendiab, di cui sono stati proiettati il cortometraggio del 2018 “Black Spirit”, ancora inedito in Italia, e il suo primo lungometraggio, “Algeri”, selezionato dall'Algeria per rappresentare il paese ai prossimi Oscar. A introdurre i film dal palco dell'arena della Casa del Cinema è stato proprio un emozionatissimo Taleb-Bendiab, che ha poi ricevuto, insieme all'attrice francese di origini tunisine Nadia Kibout, attiva stabilmente in Italia, un premio dall'organizzazione.

“Black Spirit” è, per citare il suo autore, “un film d'avventura mistico”, che segue un antropologo nella sua ricerca di fantomatici samurai africani per il Maghreb. Un impianto quasi fiabesco di cui Taleb-Bendiab si avvale abilmente, grazie a una regia già molto sicura e incisiva, per aprire prospettive profonde sul'animo umano e la sua necessità di sognare per vivere, senza dare risposte certe ma lasciando il tutto in un'atmosfera sospesa, onirica come quella dei sogni.

“Algeri” è invece un thriller molto duro, che ruota intorno alla scomparsa di una bambina e alla caccia del suo rapitore da parte di un ispettore disilluso e rabbioso, che si trova costretto suo malgrado a collaborare con una psicologa insicura ma decisa. La struttura è classica: un caso da risolvere e due protagonisti in collisione, costretti a limare le proprie divergenze in vista di un bene superiore. La particolarità sta sempre nel clima “mistico” che anche qui il regista ha voluto conservare, e di cui ha permeato i vicoli di Algeri, la vera protagonista del film, come suggerisce il titolo. E' il suo respiro che sembra dare il ritmo alle indagini, sono i suoi scorci che spesso danno ai personaggi un input o una prospettiva nuova sul caso, quasi come se la città stessa decidesse di svelare a suo piacimento degli elementi essenziali che prima teneva celati proprio sotto agli occhi di tutti. Di queste “epifanie” il film è ricco, e il modo in cui Taleb-Bendiab le realizza, con inquadrature oblique a riprodurre il sovvertimento delle idee dei personaggi, è molto efficace.

L'ispettore sembra essere una personificazione della città, con ogni ideale perso lungo la strada sotto i colpi di una violenza che resta l'unico mezzo e l'unico credo con cui affrontare la vita. La psicologa entra in questa dinamica come l'elemento (estraneo e malvisto) di speranza, la possibilità che il raziocinio, lo studio e la mediazione siano un'alternativa alla violenza imperante, che non può che generare altra violenza.

Insomma, un film molto interessante e un regista da tenere senz'altro d'occhio, che speriamo di ritrovare anche nei prossimi anni, possibilmente in un contesto, come detto, più adeguato e accogliente; vi basti pensare che la traduzione per i sottotitoli Taleb-Bendiab, che non parla italiano, ha dovuto realizzarla da sé. Vi lascio immaginare quale può essere stato l'esito.

Edoardo Cenciarelli

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